Alla ricerca del futuro perduto

In questo tempo sospeso, nel quale viviamo ormai da diversi mesi, ho avuto il piacere di incontrare in più occasioni persone che, nonostante l’attuale periodo di difficoltà ed incertezza, mi hanno fatto sperimentare una volontà di rinnovamento e di rinascita estremamente coinvolgenti. Sono stati per me esempi concreti di come la situazione di crisi che scompagina le carte, che rimette tutto in discussione possa essere anche foriera di novità.

Ecco che allora, in un tempo di Natale particolare come quello che stiamo vivendo, che porta comunque sempre con sé la vita nascente, il nuovo che entra nel mondo, mi fa piacere chiudere l’anno del nostro Osservatorio con alcune riflessioni su questo tema: è possibile sfruttare la crisi per rinascere?

Come ripartire, come rinascere dopo una crisi così profonda come quella che stiamo vivendo? Ma, allargando ancora di più lo sguardo, come ripartire ogni volta, dopo una crisi? Perché, ricordiamoci, che ciascuno di noi vive, nel corso della propria vita, innumerevoli momenti di crisi, fallimento, messa in discussione, dai quali poi inevitabilmente si esce, dal momento che, come ci ricorda il buon Eraclito, “panta rei”, tutto scorre. Ne consegue che si può uscire da una crisi per volontà, perché si è scelta una strada, un modo, oppure se ne può uscire perché il tempo ha fatto la sua parte, perché la vita continua e tutto passa: la differenza tra queste due prospettive è, a mio parere, abissale!

Vorrei quindi tentare di aprire una strada in questo senso, riflettendo su come sia meglio uscire dalla crisi profonda che ci coinvolge tutti in questo tempo: lo trovo un esercizio interessante ed estremamente attuale.

Ripensando anche alle esperienze d’incontro e di confronto che ho avuto il piacere di vivere in questi ultimi tempi, ritengo sia utile ripartire proprio dal concetto greco del “panta rei”; ripartiamo proprio da qui, dalla saggezza dei filosofi antichi.

Celebre è il frammento attribuito ad Eraclito:

 “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume
 e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato,
ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento
essa si disperde e si raccoglie, viene e va.
[2]

È una constatazione di fatto: l’uomo fa esperienza del mutamento continuamente; la vita scorre nel tempo; in questo tempo determinato ognuno di noi vive novità, cambiamenti, più o meno frequenti, dentro ai quali, però, cerca costantemente una stabilità, un equilibrio.

Ci troviamo esistenzialmente immersi in una dicotomia: sperimentiamo il cambiamento costantemente, nessun giorno è uguale all’altro, ma all’interno di ogni giorno cerchiamo e ci aggrappiamo alle piccole o grandi “certezze” che ci permettono di vivere con più stabilità nel divenire continuo. Sviluppiamo abitudini, schemi che ci aiutano a dare regolarità e ritmo alle nostre giornate, esposte de facto all’incertezza. Cerchiamo una stabilità nel movimento.

Quando questa stabilità entra in crisi, a causa di cambiamenti troppo forti che non riusciamo a governare con i nostri schemi, non solo saltano gli schemi, ma noi ci troviamo a fare i conti con l’incertezza ed il limite: esperienza, in questo tempo sospeso, estremamente attuale.

Come sfruttare, quindi, incertezza e limite per dare valore anche al cambiamento in atto? Se questa è la condizione esistenziale data, quali possono essere le abilità utili per cavalcare il cambiamento, piuttosto che subirlo, e proiettarci in un futuro che sia davvero il risultato di una scelta, di ciò che vorremmo essere domani e non soltanto il ripiegamento e l’accettazione di una fattualità?

La via che propongo passa attraverso un cammino di consapevolezza che parte proprio dal riconoscerci limitati e parziali e, quindi, in grado di evolvere verso nuovi mondi possibili. Come molti filosofi antichi amavano ripetere, l’essere imperfetti, quindi, “non perfetti”, porta con sé la possibilità, in potenza, di progredire sempre verso la perfezione, sempre aperti a stadi ulteriori da raggiungere, passo dopo passo.

Torna la metafora del cammino: necessita un cammino, una fatica e necessita passare da alcune grandi esperienze esistenziali che possano portarci a maturare una scelta consapevole.

La prima esperienza esistenziale fondamentale: riconoscere la dicotomia e comprenderla. Riconoscersi, in primo luogo, quale “Essere” esistenzialmente immerso nel divenire continuo, a metà tra cielo e terra, ricco di potenzialità infinite, attuabili però nella finitezza della realtà fisica. Comprendere, in secondo luogo, che da questa condizione esistenziale, di Essere dato nella dimensione spazio/tempo, finita ma non statica, discende il limite più profondo che ci àncora al presente, in una continua dinamica di ricerca di stabilità ed equilibrio, costantemente messi in discussione dal mutamento in atto.

La seconda esperienza esistenziale che ne consegue: saper leggere il cambiamento in atto in una prospettiva di infinite potenzialità possibili. Il cambiamento porta con sé novità; dietro alla costrizione, dietro alla fatica di aprire gli occhi per coglierci mancanti e precari, si fa strada la consapevolezza che nella mancanza c’è la possibilità di riempirla, che nel limite c’è la possibilità di andare oltre, sfruttando proprio le nuove condizioni che lo stesso cambiamento porta con sé. Essere imperfetti, significa non essere perfetti, quindi sempre in tensione verso un oltre: a dire che il cambiamento può essere anche scelto consapevolmente, se ci si guarda con occhi nuovi.

Ed ecco il terzo passaggio esperienziale: fare la fatica di cambiare prospettiva, appunto! Se il cambiamento porta con sé nuove condizioni esistenziali, difficilmente potremo cogliere le opportunità insite in esse, se il nostro sguardo su di noi e sulla realtà rimarrà ancorato ai vecchi schemi con i quali abbiamo gestito la realtà ormai superata. È necessario cambiare verso, cambiare direzione, aprirsi al nuovo, leggendo nel nuovo che avanza, le proprie potenzialità in una donazione di senso rinnovata. Siamo in grado di farlo; lo sperimentiamo ogni volta che ci troviamo ad affrontare esperienze nuove, mai vissute prima. In questi casi, non avendo schemi già pronti per gestire la situazione nuova che ci interpella, siamo costretti a trovare in noi le risorse e le soluzioni: chi non ne ha mai fatto esperienza? Ecco, cambiare prospettiva, in questa via che sto tracciando, ha proprio la stessa dinamica, con una differenza sostanziale: saper attivare la scelta consapevole.

Ed appunto, l’ultimo punto di questo cammino di consapevolezza è proprio l’attivazione della scelta consapevole. Forse la parte più faticosa, perché passa per l’accettazione che le condizioni esistenziali sono cambiate, non sempre in meglio, (almeno all’apparenza), e dalla consapevolezza che tocca prendere una decisione, se non si vuole soccombere al cambiamento. Le persone che ho incontrato, nel raccontarmi le proprie esperienze in proposito, mi hanno ripetuto più volte una parolina magica che li ha riguardati in questo percorso, quasi una chiave di volta: “reinventarsi”, inventarsi di nuovo, partendo dalle proprie potenzialità, con la fiduciosa certezza, in mezzo al mare di incertezze, che l’essere che portiamo dentro ne è capace. C’è chi ci è riuscito, c’è chi ci sta provando, c’è chi lo fa più volte nel corso del proprio percorso esistenziale.

Ecco che allora, in questo Natale ormai alle porte, l’augurio che faccio a tutti voi che avete avuto la pazienza di leggermi fin qui, è proprio quello di fare la fatica e avere il coraggio di spogliarsi delle false certezze nelle quali molto spesso ci si rifugia per cogliere il nuovo che in noi sta già nascendo, prendendone atto e scegliendo consapevolmente chi vorremo essere domani.

Buon Natale!

Daniela Corvi


[1] “il viandante nel mare di nebbia” di Casper David Friedrich

[2] frammento 91DK del trattato Sulla natura di Eraclito

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