Il tempo ritrovato

il

Ristretti nostro malgrado, scopriamo che il tempo può essere una variabile gestibile e non sempre sfuggente come sin ora esperito. Ma come gestirlo? Come riscoprirlo? Davanti a domande così importanti mi è sorta l’ansia di come occuparlo o meglio ancora di come assaporarlo.

Decido di riprendere alcuni dei versi aurei dei Pitagorici che ricordavo avermi colpito ai tempi dell’Università:

  • Venera innanzitutto gli Dei immortali e serba il giuramento;
  • Onora poi i radiosi eroi divinificati e ai demoni sotterranei offri secondo il rito;
  • onora anche i genitori e a te chi per sangue più vicino;
  • degli altri, fatti amico chi per virtù è il migliore, imitandolo nel parlare con calma e nelle azioni utili. Non adirarti con un amico per una sua colpa lieve, sinchè tu lo possa;
  • approfondisci lo studio di queste cose e queste altre domina: il ventre anzitutto e così pure sonno, sesso e collera;
  • non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso, ma, soprattutto, rispetta te stesso;
  • poi, esercita la giustizia con le opere e la parola;
  • in ogni cosa, di agir senza riflettere perdi l’abitudine;
  • considera che per tutti è destino morire;
  • di quei mali, che per demoniaco destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz’ira sopporta
  • una parte pur alleviandoli, per quanto ti è dato: e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al saggio;
  • Il parlare degli uomini può essere buono o cattivo; che esso non ti turbi, non permettere che ti distolga. E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti. 

Scopro che c’è un nutrito programma di vita applicabilissimo alla situazione attuale. I Pitagorici ammettevano anche le donne alla loro scuola dimostrando una grande apertura verso l’altro sesso rara alla loro epoca, più di 2500 anni fa. Per onor del vero predicavano il celibato e, quindi, presumo anche il nubilato ed era obbligatorio accettare e mettere in pratica i dogmi della loro dottrina. Fortunatamente si poteva aderire in due differenti modi: entrando a far parte degli acusmatici, vale a dire degli ascoltatori, che non erano tenuti ad aderire a tutte le norme, infatti non potevano fare domande e approfondire tutti gli argomenti; oppure entrare nei matematici che, oltre ad aver diritto alle domande, potevano essere messi a conoscenza dei segreti più reconditi della dottrina. In questo secondo caso le regole dovevano essere rigorosamente rispettate. Ritengo nel mio caso sia meglio aderire al primo gruppo, usufruendo di un certo grado di libertà.

 Tra le regole adottate sembra che mettessero in comune i propri averi e che preferissero il silenzio ai grandi discorsi. Oltre al culto degli dei ed alla fedeltà agli amici, avevano l’abitudine di compiere ogni sera un esame di coscienza sulla giornata trascorsa e ogni mattina stilavano il programma per il giorno che iniziava. Dovevano astenersi dal cibarsi di carne e di fave, non spezzare il pane o attizzare il fuoco col metallo, non potevano indossare panni di lana o anelli, non dovevano raccogliere ciò che era caduto. Erano quindi dei vegetariani della prima ora.

Essendo donna, simpatizzante delle verdure pur non essendo vegetariana, con la volontà di scoprire il silenzio e la ferma intenzione di utilizzare al meglio il tempo regalato in questo tempo, mi appresto ad un serio programma pseudo pitagorico per questi giorni di isolamento.

La prima attività posta in atto è la ricerca di libri atti a nutrire l’anima, allontanare i pensieri disastrosi e, perché no, riprendere in mano alcuni concetti sperimentati nei tempi belli in cui la filosofia aveva un posto importante nella vita. Decido di rileggere di M. Buber Sul Dialogo, Parole che attraversano. Resto piacevolmente impressionata leggendo: “Ove l’abbandono delle riserve, per quanto muto, ha regnato tra gli uomini, il sacramento della parola dialogica si è compiuto”. Poche righe prima l’autore aveva affermato: “Come anche nello scambio di parole più animato non costituisce una conversazione (ne è una chiara prova quello strano sport esercitato da uomini dotati in certa misura di pensiero, che, con una parola che coglie nel segno, viene chiamato discussione, dibattito), così, d’altra parte, una conversazione non necessita di suoni, neppure di gesti”.

Tutto il libro è pervaso dall’alterità e nonostante sia la rilettura di una rilettura non posso evitare di commuovermi davanti a frasi come questa: “Penso piuttosto che la parola di Dio sfrecci davanti ai miei occhi come una stella cadente, la cui fiamma, senza che me lo possa mostrare, è testimone di un meteorite; io per parte mia, posso solo dare testimonianza della luce, non posso mostrare la pietra e dire: è questa”. Mi dico che non riuscirò mai ad arrivare a tali livelli di ispirazione.

Sono contenta della scelta; ho trovato la possibilità di riscoprire il silenzio come forma di dialogo con l’altro sia con la “a” minuscola che maiuscola. Mio marito, l’unico convivente in questo periodo di reclusione forzata, ne sarà assolutamente felice e anche Pitagora presumo, avendo centrato almeno un paio dei suoi versi aurei.

Il secondo testo che decido di leggere si intitola “Parole di giornata” di E. Leonardo Vallauri e Giorgio Moretti; sono affascinata dalle parole che considero qualcosa di costituente e profondamente vivo. Soffro quando vengono bistrattate e amo cercare la loro radice. Quante volte una parola pronunciata in un certo modo ha provocato grandi amori oppure grandi guerre. La parola è così viva da attraversare i secoli adeguandosi al nostro modo vivere. Come scrivono gli autori “Sapersi servire delle parole è una delle condizioni che rendono la nostra vita piacevole e più realizzabili le nostre aspirazioni”. Lo confesso, sono affascinata dalle parole perché ho la consapevolezza di non riuscire ad esprimermi come vorrei.

Così scopro che l’acchitoè lo spazio delle sensazioni a pelle, delle prime impressioni, del subito che è parziale, benché già possa rivelare qualcosa a chi sa vedere”. Scopro nella spiegazione di anacoluto, che il termine deriva dal greco anakόluthos ‘che non segue’. Si tratta di un errore di sintassi: due parti di una frase fra loro grammaticalmente incongruenti, nonostante sia congruente il senso. Famoso quello scritto da Macchiavelli nella Lettera XI a Francesco Vettori: “mi pasco di quel cibo che solum è mio et che io nacqui per lui” il cibo a cui si riferisce è lettura dei classici.

Se i Pitagorici sondavano i misteri dei numeri, io scelgo di entrare in quelli delle parole.

Decido, di continuare il programma pitagorico, recuperando alcuni rapporti di amicizia che la distanza spaziale e temporale avevano raffreddato. Piacevolissima la sensazione di non averli mai interrotti come se il tempo non fosse passato e anche noi fossimo sempre gli stessi. Grata alla tecnologia che ci permette di vederci e sentirci, riscopro il piacere del “bel conversare”, senza l’assillo delle incombenze che incombono, e mi ritrovo a ridere di vecchi ricordi. Il tempo finalmente si posa sull’attimo presente senza sfrecciare in avanti verso preoccupazioni future.

Provo anche a dominare la fame di dolci, con scarso successo in verità. Con una determinazione pitagorica decido di rispondere con 30 minuti di ginnastica giornaliera, sopportando gli inevitabili risolini di mio marito. Sperimento la scrittura di una lista serale ove elencare il buono e non buono fatto durante la giornata e l’elenco di ciò che potrei fare il giorno successivo.

Considero la Pandemia riferibile al penultimo verso aureo summenzionato: “senz’ira sopporta”. La Moira è qui intesa come il Destino che il saggio deve saper fronteggiare. Non è facile restare impassibili davanti alle cifre che scorrono. Si percepisce un senso di impotenza e sgomento per le vittime e coloro che soffrono. Pitagora direbbe “Solamente la ragione alleggerisce il peso delle sventure umane”. A me piace intendere la ragione come la filosofia.

E siccome l’appetito vien mangiando, ho deciso di riprendere l’Enchiridion di Epitteto e il Tetrafarmaco di Epicuro e condividerli con voi nelle prossime puntate.

Ci piacerebbe conversare con voi su questo tempo ritrovato e come lo state sperimentando…

Daniela Argentati

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