Come le foglie su un albero

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Come le foglie su un albero che cadono e si rinnovano, così ogni azione, pensiero e movimento ci mutano.

Da qualche anno in qualsiasi contesto a partire da quello lavorativo a quello del tempo libero la parola d’ordine è “cambiamento continuo” quasi a sottolineare che tutto ciò che ha funzionato sino a ieri, oggi non è più proponibile. Questa visione non è nuova; Eraclito vissuto cinque secoli prima dell’era cristiana affermava: “Non possiamo fare il bagno due volte nello stesso fiume”. Le cose per Eraclito, sono sempre in divenire e il cambiamento è l’essenza della realtà. Se consideriamo i progressi scientifici e tecnologici, la permanente ascesa e caduta delle imprese, l’andamento dei mercati e il processo naturale della vita, non ci resta che dare ragione al filosofo. Eraclito fu però contrastato nella sua visione da altri pensatori tra i quali: Parmenide, Platone ed Aristotele.

Parmenide parte da una visione opposta a quella di Eraclito. Il cambiamento non è che un’illusione. Se vivessimo in un perenne cambiamento sarebbe impossibile parlarne, in quanto una volta affermata una verità, sarebbe già modificata e, quindi, falsa. Secondo Parmenide nell’affermare che tutto cambia vi è una contraddizione logica, poiché implica che quello che è si trasformi in quello che non è. Per Parmenide se accettassimo il cambiamento come realtà, non saremmo in grado di raggiungere gli obiettivi che ci poniamo. Nemmeno l’apprendere avrebbe senso in quanto non sarebbe mai adeguato alla realtà che scivola via. Possiamo dargli torto?

Per Platone cambiamento e realtà non sono sinonimi. Vi sono due mondi: uno dove alberga il cambiamento e un altro superiore, dove risiedono le IDEE invariabili. Nel mondo del cambiamento vi sono le opinioni e le rappresentazioni effimere della verità. La conoscenza (l’apprendere sopracitato) risiede nel mondo superiore al quale le persone hanno accesso solo dopo avere raggiunto le vette nelle discipline morali ed intellettuali. Sono pochi coloro che hanno accesso alle verità trascendentali e che, quindi, possono controllare il caos.

Aristotele considera il cambiamento come la manifestazione di una necessaria imperfezione. Come Platone non lo sovrappone alla realtà. L’uomo necessità del cambiamento perché non è bastante a se stesso. Per cambiare è necessario che una persona “attualizzi il suo potenziale”. Il potenziale si attualizza attraverso ideali quali la filosofia, la ragione e la contemplazione. È interessante la visione di Aristotele perché sposta la capacità di governare il cambiamento dalla trascendenza platonica all’uomo stesso.

Le visioni di Aristotele e Platone suggeriscono che il cambiamento esiste e che può essere gestito dall’uomo attraverso i propri ideali e, come affermato da Aristotele, la possibilità di governarlo non è destinata a pochi, ma a tutti coloro che vogliono “guidarlo”.

Questa lunga digressione per riflettere sull’epocale cambiamento che siamo chiamati a vivere nei giorni del “Covid 19”. La lontananza fisica, il cambiamento di tante abitudini, l’incertezza del futuro, la paura di essere contagiati ma anche il recupero del tempo, delle relazioni con i familiari, il confronto con la tecnologia per mantenere i rapporti sociali. Tante le sfide che stiamo affrontando. “Guerra” la definiscono i programmi televisivi. Guerra contro un nemico invisibile che frantuma le nostre certezze, talvolta velate di onnipotenza. I problemi di tutti i giorni sono scomparsi, ora si combatte uniti contro un solo nemico. Davanti allo stupore della nostra contingenza si eleva la voglia di combattere, di tornare a quella che ora comprendiamo era la nostra bellissima quotidianità. Si fa fatica a distinguere l’aristotelico “potenziale”, eppure, se scaviamo, troviamo la possibilità di riappropriarci di relazioni ,anche se attraverso degli strumenti che ci connettono, l’occasione per riprendere la lettura dei nostri amati autori, di metterci a disposizione di chi in questo momento è in sofferenza e anche di seguire responsabilmente le regole (restiamo a casa!).

Si tratta di attualizzarci attraverso la riflessione sulla nostra umanità. Quando sarà finito, perché finirà, avremo acquisito strumenti nuovi e nuove potenzialità. Se è vero che ogni azione e pensiero ci cambia, ancora di più le nostre azioni e le nostre riflessioni hanno un impatto in questo periodo e in quello che seguirà.

Mi piacerebbe pensare che, dopo questa dura battaglia, il mondo si apra ad un nuovo umanesimo ove l’uomo, rafforzato nei sui ideali, recuperi il concetto di “persona” nella sua accezione di unicità, irripetibilità e irriducibilità; ove la tecnologia acquisisca e potenzi il suo ruolo di strumento al servizio dell’uomo e ove, dismessi gli abiti dell’onnipotenza, si recuperi il corretto rapporto con le risorse non infinite a nostra disposizione.

Daniela Argentati

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