Spillover: la vendetta della natura

“Abbiamo valutato che il COVID-19 può essere caratterizzato come una situazione pandemica”. Ad annunciarlo è il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus nel consueto briefing da Ginevra sull’epidemia di coronavirus.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, l’11 marzo 2020 ha firmato il nuovo Dpcm recante ulteriori misure in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 sull’intero territorio nazionale.

http://www.governo.it/it/articolo/coronavirus-conte-firma-il-dpcm-11-marzo-2020/14299

Tutti noi leggendo le misure drasticamente restrittive, facciamo nostre le parole di Frodo!

Il futuro non esiste. Ma prima o poi arriva. E quando arriva è sempre diverso da come lo aspettavamo, osservava Ludwig Wittgenstein: “Ogni volta che pensiamo al futuro del mondo intendiamo il luogo in cui esso sarà se continua a procedere come ora lo vediamo procedere, e non pensiamo che esso non procede seguendo una linea retta, ma una linea curva, e che la sua direzione muta costantemente”.

Siamo capaci di pensare correttamente il futuro, pronti ad affrontare le sfide che ci attendono? Siamo stati capaci in passato a “prepararci” per il futuro, ossia l’attuale presente? Posso rispondere, senza timore di smentita, che non eravamo pronti per l’arrivo del virus Sars-CoV-2! Fortunatamente non siamo di fronte alle pestilenze che falciavano due terzi della popolazione, come la “peste nera” citata dal Boccaccio che spopolò l’intera Europa, così come fece il vaiolo. Anche la “Spagnola” del 1918/1920 arrivò a infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, gettando un attonito velo di rassegnazione sui popoli. Il pericolo reale del Covid-19 sta nel suo essere contagioso senza difesa alcuna da parte delle vittime. Sono quindi necessarie misure drastiche, senza le quali si infetterebbe l’intera popolazione in un attimo e non ci sarebbero sufficienti strutture sanitarie per offrire adeguata assistenza ai casi gravi, aumentando di conseguenza la mortalità.

In che modo possiamo, dunque, prepararci per il futuro (si spera non sempre così drammatico)?

“Il nostro mondo è regolato e regolabile e segue un movimento che si può definire «a stormo», che in fondo ci risulta ancora parzialmente oscuro. In questo continuo e perpetuo agire di tutti all’interno dello spazio comune, la filosofia si insinua come una voce che ci invita a fermarci e a riflettere. La pausa serve a interrompere qualcosa che spesso blocca la nostra libertà e la nostra creatività: la consuetudine.”[1] La filosofia ha sempre avuto dei nemici, perché ci abitua a vivere fuori dai dogmi e dalle verità indiscusse. Ognuno di noi è in grado di formarsi le proprie opinioni addestrando la mente al pensiero critico.

Il cambiamento ha bisogno di azioni esemplari e di teorie ben costruite. I pensieri sono azioni. Ciò vuol dire che siamo capaci di agire come pensiamo e viceversa. È questo il cuore della rivoluzione della filosofia del futuro: per superare l’obsolescenza dell’antropocentrismo dobbiamo andare oltre il dualismo tra mente e corpo, che ha origine con il pensiero di Cartesio. Restituire al corpo la sua dignità significa rinunciare definitivamente alla pretesa superiorità metafisica dell’uomo nei confronti degli altri enti che popolano il nostro mondo. Argomentare che la mente non può esistere senza un corpo, però, non basta. Questa idea plurisecolare si è profondamente sedimentata nel nostro tessuto culturale. La teoria non è sufficiente. Possiamo compiere questa rivoluzione soltanto attraverso l’attività della prassi: siamo ciò che agiamo. Il nostro mondo è il risultato delle nostre azioni!

Nell’epoca in cui viviamo, fenomeni come i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale ci obbligano non solo a prendere coscienza del cosiddetto Antropocene[2], ma anche a riconsiderare le nostre tradizionali nozioni su cosa significa abitare il pianeta Terra.

“Il mondo è un delicato effetto estetico dai confini che iniziamo a malapena a percepire. La consapevolezza planetaria non è l’inesorabile realizzazione del fatto che «noi siamo il mondo» ma, al contrario, del fatto che non lo siamo («We Are not the World»)”[3]

L’ambientalismo filosofico, quindi, non si interroga primariamente sull’entità delle risorse e del loro sfruttamento, sulla capacità portante della biosfera e sul calcolo delle sue soglie o sul valore del capitale naturale e sui metodi della sua contabilità, ma pone la questione ecologica nei termini generali e fondamentali dell’abitare la Terra insieme agli altri esseri viventi. La “crisi”, nonostante la sua evidenza come “degrado” ambientale e dunque crisi della natura, va compresa in primo luogo dal punto di vista del “degradare” stesso, come crisi della cultura. Si tratta di un confronto paradigmatico tra “antropocentrismo” e “biocentrismo” dei quali il primo rappresenta la visione del mondo occidentale degli ultimi secoli, responsabile della crisi globale in cui versa attualmente l’umanità, e il secondo la “nuova visione del mondo”, in grado di porre fine alla stessa crisi con un ecocentrismo imperniato sull’autorealizzazione di ogni essere vivente. Non c’è dualismo tra cultura e natura, quindi, ogni intervento sulla natura, compresa la sua distruzione nelle modalità della crisi ecologica, è un mutamento dell’uomo, finanche la sua autodistruzione: “Noi non siamo esterni al resto della natura e, pertanto, non possiamo trattarla a nostro piacimento senza cambiare anche noi stessi”[4]. Esplicito, quindi, il richiamo ad una interrelazione e identificazione profonda con la natura, che diviene una visione empatica del mondo. Coerentemente, il cambio di paradigma è soprattutto una presa di coscienza della “connessione del tutto”.

La situazione ambientale non è stata mai così critica. Se in epoche passate il nostro impatto era localizzato esclusivamente nelle zone più densamente popolate, oggi l’urbanizzazione, l’industrializzazione e lo sfruttamento intensivo delle risorse pongono problemi stringenti e globali. Cambiamenti climatici, desertificazione, inquinamento, grave perdita della biodiversità, popolazione in crescita esponenziale, sono solo alcuni aspetti di una problematica complessa che richiede interventi a breve termine affinché il processo delle modificazioni possa rallentare e invertire la tendenza. Ma per decidere quali sono i passi che vogliamo compiere è bene fare chiarezza su come vogliamo (o dobbiamo) rapportarci con la natura. In questo può darci una mano la filosofia ambientale[5] – materia molto studiata nel mondo nordico e anglosassone – che si propone di rispondere alle seguenti domande fondamentali: Qual è il nostro posto nella natura? Qual è il nostro ruolo? Quale futuro vogliamo? Possiamo fare della natura quello che vogliamo oppure dobbiamo rispettarla perché il suo valore è indipendente da noi? Quali sono le conseguenze del nostro agire indiscriminato e utilitaristico sul mondo che ci circonda?

Tutto ha un’origine, per quanto remota, misteriosa, trascurata, e possiamo risalire ad essa. Il virus Sars-CoV-2 che sta causando una pandemia di polmonite atipica da dove è saltato fuori?

Diverse ipotesi propendono per una eziopatogenesi a probabile carattere zoonotico. Parte della comunità scientifica ipotizza, infatti, che la malattia potrebbe aver avuto origine dal Bungarus multicinctus, un serpente altamente velenoso (considerato una prelibatezza e venduto nei mercati di animali vivi di Wuhan) nel quale il virus, trasmesso dai pipistrelli, si sarebbe ricombinato e poi passato all’uomo. Anche un piccolo mammifero simile a un formichiere a rischio di estinzione e vittima di traffici clandestini per le sue scaglie, considerate un toccasana dalla medicina orientale, e la sua carne prelibata, il pangolino è additato come l’animale selvatico nel quale il coronavirus dei pipistrelli potrebbe essere mutato e diventato capace di aggredire l’uomo.

Ma poiché, come ben sappiamo, il contatto con gli animali non è sinonimo d’infezione certa per l’uomo – altrimenti saremmo continuamente soggetti a qualsiasi infezione che interessa i nostri amici animali – il possibile meccanismo che ha dato origine all’epidemia in corso è molto probabilmente il cosiddetto “salto di specie”, in gergo tecnico uno “spillover”.

Diversi sono nella storia della scienza i virus che hanno fatto il “salto di specie da animale a uomo”: Dalle scimmie ci è arrivato l’HIV, il virus dell’immunodeficienza umana, dai dromedari e dai cammelli la sindrome respiratoria mediorientale MERS e da piccoli mammiferi la SARS, che dette vita alla nota epidemia di polmonite atipica. Scambi di batteri e virus tra umani e altre specie ci sono sempre stati, soprattutto da quando Homo sapiens ha messo in cattività altri animali. Quello che però sta cambiando è questo: la trasformazione radicale degli ecosistemi ha aumentato esponenzialmente i casi in cui un virus fa uno spillover. Ma come precisa David Quammen nel suo saggio narrativo del 2012 sulla diffusione dei nuovi patogeni, tornato di urgente attualità e andato a ruba, “C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra, e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni”[6]. L’aumento di nuovi virus che vengono scoperti perché infettano gli esseri umani provocando migliaia di morti è lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria. La devastazione ambientale portata avanti dalla nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con soggetti patogeni; inoltre il nostro stile di vita, i modelli sociali e di consumo fanno sì che la diffusione delle malattie infettive sia ancora più veloce ed esplosiva di prima.

La “disintegrazione” di interi ecosistemi da parte dell’uomo ha le caratteristiche del cataclisma: deforestazione, aumento del terreno destinato all’agricoltura, costruzione di strade e altre infrastrutture, inquinamento dei mari e dell’atmosfera, sfruttamento insostenibile delle risorse ittiche, urbanizzazione di massa, cambiamento climatico e molti altri elementi non fanno che sbriciolare interi ecosistemi. In questi ecosistemi, ad esempio nelle foreste tropicali, esistono milioni di specie, in gran parte sconosciute alla scienza moderna. Tra questi milioni di specie ignote[7] ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti. Una volta che distruggiamo la sua casa, al parassita non resta che una scelta: trovarne una nuova (adattandosi e mutando) o estinguersi. “Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato o di un batterio, vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili. Siamo un eccellente bersaglio per tutti gli organismi in grado di adattarsi quel che basta per invaderci”. Più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo.

“Guardando da lontano le malattie di origine zoonotica, tutte insieme, sembrano confermare l’antica verità darwiniana (la più sinistra tra quelle da lui enunciate, ben nota eppure sistematicamente dimenticata): siamo davvero una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini, nella nostra evoluzione, in salute e in malattia”.

Patrizia Cortassa


* immagine in copertina di Silvano Venturi, dal sito Permacultura e Transizione

[1] Leonardo Caffo, La vita di ogni giorno, Einaudi

[2] Antropocène: Termine divulgato dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen, per definire l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre, inteso come l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche in cui si svolge ed evolve la vita, è fortemente condizionato a scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana.

[3] Timothy Morton, Iperoggetti, Produzioni Nero

[4] Nicola Russo, Filosofia ed ecologia. Genealogia della scienza ecologica ed etica della crisi ambientale, Guida

[5] Piergiacomo Pagano, Filosofia ambientale, Mattioli

[6] David Quammen, Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Adelphi

[7] Gli specialisti usano il termine “virosfera” per identificare un gruppo di esseri viventi la cui estensione, probabilmente, fa impallidire qualsiasi altro gruppo.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Antonella Capellano ha detto:

    Incredibile! Era previdibile 10 anni fa!

    Piace a 1 persona

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