Il nemico è sempre e solo dentro di noi?

Sardine, gatti, flash mob di vario genere, in questi giorni si è scatenata una corsa social (e mediatica in generale) a manifestare la propria presenza “contro”.

Un caro amico dell’Osservatorio, Damiano Tullio, esprimendo una opinione personale sul suo profilo Facebook in merito all’invito ricevuto ad aderire alle Sardine di Roma, propone, “invece di andare in piazza a cantare, – di andare tutti con una bella scopa o una cesoia in mano a ripulire i giardini di Roma, o a togliere tutto quel pattume che il mare ha portato in questi giorni” e conclude chiosando: “già so che qualcuno risponderà: ci sono già enti preposti a questo, dovrebbero farlo loro. Se vi piace adagiarvi su questo, rimanete fermi nella vostra frustrazione di combattere i vostri nemici immaginari, io credo che il nemico sia solo e sempre dentro di noi ed iniziamo a vincerlo quando iniziamo a fare qualcosa di buono e produttivo per noi stessi e per gli altri”.[1]

Lascio a ciascuno il piacere di leggere per intero il post di Damiano che ringrazio per il suo contributo e, lungi da me l’intento di ragionare su Sardine sì Sardine no, vorrei però, prendendo spunto da questa chiosa del nostro amico, approfondire il duplice tema “dell’iniziare a fare, sconfiggendo il nemico che è dentro di noi”.

Fare segue il pensare, deriva da un pensiero, una riflessione sulla realtà che dovrebbe portare chi la esprime non solo a prendere posizione, (che è pur sempre un fare – come i flash mob di questi giorni), ma più propriamente, ad agire per donare senso e cambiare la realtà nella quale siamo immersi. Certo le manifestazioni di piazza sono un segnale sempre, in ogni circostanza, ma poi? Cosa succede dopo? Tutte quelle persone che scendono in piazza contro, poi cosa fanno attivamente nella vita di tutti i giorni per sostenere le loro idee con i fatti? Perché non ci mobilitiamo in massa con azioni concrete (e sottolineo in massa, perché alcuni, pochi, silenziosi e invisibili lo fanno), per risolvere i problemi delle nostre comunità di tutti i giorni ed invece ci adagiamo sulle nostre comode poltrone aspettando che altri, preposti a farlo, ci risolvano i problemi?

Sia chiaro, manifestare per difendere i propri diritti, per esprimere le proprie idee è un sacrosanto diritto di ciascuno, presupposto della nostra democrazia che non voglio assolutamente mettere in discussione. Quello su cui vorrei accendere i riflettori è: oltre a manifestare, quanto facciamo di concreto per risolvere i problemi che abbiamo nelle nostre comunità? Quanto ci rimbocchiamo le maniche con costanza e perseveranza ogni giorno per gli altri? Quanto ci spendiamo per gli altri, cercando di fare del bene gratuitamente, senza avere nulla in cambio?

Domande esistenziali, queste, che potrebbero avere come risposta una serie di giustificazioni; certo, viviamo in una società complessa, nella quale spesso si perde il senso esistenziale di ciò che si fa, barattato con l’ebrezza della visibilità di massa. Mi piace pensare, però, che la nostra società sia abbastanza matura per andare oltre i social e la loro visibilità, anzi per utilizzare i social come cassa di risonanza ed amplificazione di azioni di valore, capaci di dare compimento e senso a noi stessi dentro al contesto sociale in cui viviamo la nostra quotidianità, in cui spendiamo la nostra vita.

Un’ultima considerazione.

Damiano Tullio sviluppa un ulteriore pensiero che mi trova d’accordo: “il nemico non è fuori, ma dentro di noi”. Troppo spesso usiamo altro o altri come nemico, o, meglio, capro espiatorio per una vita che non ci piace, per una situazione che non riusciamo a risolvere, per quel malessere generale che sentiamo in noi; questo nemico su cui scagliare le nostre frustrazioni rispecchia la modalità funzionale con la quale ci rapportiamo all’altro in una quotidianità nella quale, così facendo, non sviluppiamo appieno la nostra essenza, ma ci limitiamo a sopravvivere.

Senza una reale capacità critica su sé stessi e sul reale che ci circonda, non saremo mai in grado di prendere le redini della nostra vita e di cambiare, se è possibile, o accettare, se necessario, quel negativo che c’è sempre nell’esperienza di vita di ciascuno di noi.

Facile? Difficile? Già cambiare prospettiva è un inizio…

Daniela Corvi


[1] Per leggere il post si rimanda alla nostra pagina facebook: https://www.facebook.com/osservatoriofilosoficosullattualita/

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