Excursus del tempo malato

Accadde in un teatro che le quinte presero fuoco, Il buffone usci per avvisare il pubblico, credettero che fosse uno scherzo e applaudirono. Egli ripeté l’avviso essi esultarono ancora di più. Così mi figuro la fine del mondo: perirà fra l’esultanza degli spiritosi che crederanno si tratti di uno scherzo”.[1]

Mi duole dover rivolgere ancora una volta lo sguardo, alla tragica cornice della società odierna. L’evento di cronaca avvenuto il mese scorso, nel tunnel della metro B della stazione Tiburtina a Roma mostra un atto che appartiene a una declinazione del male in cui un giovane dall’identità sconosciuta ha accoltellato un vigilante per poi togliersi la vita sparandosi con la sua pistola d’ordinanza. Questa lacerazione dell’esistenza, documenta tracce di un’attività umana che ha perso speranze comuni. Il clima tossico, della realtà in cui siamo immersi, propaga turbamenti nichilisti che stanno stordendo il nostro presente, la dolorosa circostanza risente di una totale inadeguatezza ad esistere, che investe non solo la dimensione individuale, ma fa scricchiolare anche il nostro contesto sociale che racconta a gran voce che c’è qualcosa di molto “raffinato” nella dannazione.

Questo meccanismo spietato, scardina come un grimaldello la nostra esistenza per cercare di inondarci come un lago dopo un forte temporale, con le sue paure: la fatica, il dolore fisico, l’inadeguatezza, la solitudine sono parte della debolezza interna che accomuna tutti gli esseri umani sul come dobbiamo vivere. Emerge dunque la tela nera, di una società famelica che autoalimenta esistenze disperate, in cui le diverse tonalità di disturbo, devono farci riflettere sul dolore dell’anima, che si manifesta attraverso segnali comportamentali carichi di profonda sofferenza. “Non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto” direbbe Munch che trasformava l’osservazione di una scena istantanea in un simbolo dell’esistenza umana.Esaminandoattentamente la sanguinante esperienza, sigillata da una inaudita atrocità in cui l’ignorata dimensione del dolore, ha portato un individuo a commettere un crimine che travolge anche degli innocenti, possiamo renderci conto di come la visione, che attraversa per pochi attimi la mente si confonde, per imprimersi silentemente in pensieri irrealistici, ossessivi che conducono l’altro a compiere gesti di cancellazione, di annullamento della propria esistenza e del mondo. Sono avvenimenti, questi che rispecchiano i problemi dei nostri tempi, in cui il rapporto tra paura e speranza per l’avvenire sembra divenire un filo sempre più logoro su cui ogni forma dialogica dell’esistenza viene meno. “La cosa può andare così avanti che la persona malinconica avverta come fonte di dolore ogni cosa e ogni avvenimento: di qualsiasi natura siano. L’esistenza stessa come tale si converte in dolore. La propria esistenza e il fatto che qualcosa esista”[2]. A questo punto sorge un interrogativo: che cosa trasforma un comune cittadino nel complice di un massacro? e cosa significa essere vivi al giorno d’oggi? Per quanto tempo ancora pensiamo di sottrarci alla responsabilità di mettere in atto dei valori universali, che entrino in sintonia con la frequenza del cuore di chi sta male. Ed infine, può la filosofia “setacciare” le nostre risposte emotive a ciò che ci accade e ci circonda aggiungendo un filo alla trama della breve vita di ognuno, per condurre queste anime fragili ferite dal dolore sull’uscio dell’attesa e della speranza? È umano ed è anche giusto che io senta i problemi brucianti dell’altro, come sale sulla ferita aperta, con partecipazione? Purtroppo non possiamo modificare la realtà in cui l’evento è avvenuto ma forse, potremmo provare a sollevare degli interrogativi a cui cercare di poter fornire delle risposte con le quali, magari le istituzioni o chi per essi, possano negoziare soluzioni che andranno mantenute, capaci di ridurre al minimo le probabilità che un altro evento simile possa verificarsi ancora una volta.

Termino questo breve cammino lungo i sentieri enigmatici del dolore umano, lasciando a voi le ulteriori considerazioni.

Giulia Giordano.


[1] Sören Kierkegaard, Aut-aut Editore Mondadori.

[2] Romano Guardini, ritratto della malinconia, Editore Morcelliana.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Daniela ha detto:

    Se la filosofia costituisce un veicolo di riflessione per sconfiggere un nichilismo all’interno di cui vi è una responsabilità oggettiva della filosofia stessa, come riprendere il tema dei valori universali nell’odierna società? Come far uscire il pensiero dagli alveoli universitari per renderlo masticabile a tutti? Ripartire dall’educazione con un passaggio dall’odierna trasmissione di concetti a ad una formazione della persona? La riflessione è quanto mai urgente. Temi impellenti come la deriva morale e l’avvento tecnologico interpellano l’umano che è in ciascuno di noi. Mi auguro Giulia che si possa aprire un dibattito in tal senso al di fuori dei classici istituti, ma sui tavoli dei bar, nei posti di lavoro, nelle stazioni metropolitane, negli autobus in tutti gli ambiti in cui ogni giorno ci si relaziona.

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