Welcome in the reality influenced by marketing society.

“Non tutto quello che conta può essere contato e non tutto quello che può essere contato conta”.[1]

A seguito delle letture svolte sui vari quotidiani proverò a tracciare delle linee di riflessione filosofica che gli strumenti di comunicazione utilizzati da milioni di utenti in Italia lasciano intravedere sull’antropologia dell’uomo nell’era digitale. La modalità online, cioè “in linea”, è entrata nel nostro mondo ordinario permettendoci di arricchire le nostre relazioni, scambiare informazioni in maniera fluida, contribuendo a definire anche un nuovo modo di stimolare le intelligenze. “Siamo immersi in una noosfera, in cui in tutte le direzioni passano messaggi, prodotti dal pensiero, dell’intelligenza umana”[2]

Le piattaforme social, crescono in modo esponenziale e con esse cambia il nostro modo di raccontarci, la costruzione dell’identità fa riferimento a un ampio ventaglio di strumenti che permettono agli autori di distinguersi dagli altri utenti della rete o di evidenziarne alcuni tratti simili. Esempi a noi ben noti sono gli “opinion leader, dotati di carisma, capacità di coinvolgimento e persuasione il cui compito è quello di influenzare le proprie community di “followers”[3] sui diversi social network (come Facebook. Instagram, Twitter. Linkedin etc.) grazie alla loro competenza in un particolare ambito (moda, fitness, cosmetici, arte, letteratura, etc.) la cui voce, sancisce un posizionamento pubblico all’interno dello spazio virtuale che s’intreccia con l’ambito che gli psico-pedagogisti definiscono “costruzione di conoscenza” definendo il senso dell’esperienza del Sé, edificato collaborativamente da color che ne sono coinvolti. Le storie, lunghe o brevi che siano, costituiscono una combinazione dialogica che permette ai fruitori di assimilare un modo di essere nel mondo, oppure servono a rinforzare conflitti interiori all’interno di una dinamica globale in cui l’intera gamma di valori viene trasformata da una “ermeneutica della natura”, in cui il senso della realtà viene addirittura fornito dagli artefatti tecnologici che sembrano non relazionarsi più con l’agire responsabile della persona?

 L’intero filone di tecniche, e strategie di promozione personale regalano a tutti i fruitori della rete che sperimentano una nuova dimensione pubblica della propria persona, quindici secondi di celebrità. Ciò che risulta visibile, nello spalancare le nostre finestre, è una rivoluzione digitale per milioni di utenti che si avventurano nel territorio della celebrità per costruirsi una fama, un brand personale, una “digital reputation”, insomma, che sembra essere molto più efficace di quella tradizionale.

Prendiamo in esame alcuni casi di personalità famose: star della musica, dello sport, attori, che sono tra le prime a usare in modo eccellente i social network: potrei citarne i nomi, ma lascio a voi la scelta di focalizzarvi su qualcuna in particolare. Esiste un’ampia “letteratura online” sul loro uso del web: contenuti social media feed[4] legati al brand[5] dell’azienda, post di serate danzanti, progetti di merchandiser[6], routine sportive, tutorial make up che vi consiglio di ripercorrere per cercare di trarre da essi principi ispiratori che meritano uno studio più dettagliato, per manifestare tutta la loro potenza nel nome di una cultura che garantisca un’istruzione di altissimo livello per il nostro Paese. Tutti questi contenuti di valore, stimolano una “anima social” che contempla attributi della persona, aumentandone il valore della relazione secondo una metrica della popolarità che annulla “le differenze che seguono dell’essere, in modo non univoco e meccanico, ma libero e indirizzato a quel che è il bene per l’uomo”.[7]

Cosa accade quando l’inedito intreccio tra realtà e spazio virtuale contribuisce alla costruzione di un identità vacua e confusa dal punto di vista della sua condizione esistenziale che mina la stabilità del mondo in uno scontro tra modelli di vita difficili da gestire nell’interrotto dialogo di condivisioni e di inclusione della tecnica?

Possono gli influencer, con la loro ampia varietà di modelli comportamentali e culturali determinati da immagini e dal resoconto pubblico di fatti privati, dare forma a legami efficaci, capaci di definire identità digitali abili nello sviluppare funzioni psichiche superiori? Vi è un’azione formativa di orientamento che questi esperti opinion leader, rivolgono ai più giovani meno esperti? Non vi sembra che la peculiarità della persona venga venduta come si fa con gli investimenti?

Ed infine realmente gli influencer sono diventati dei maestri fonte d’ispirazione per una ricerca capace di rischiarare una vita? Il fugace splendore della filosofia che vive e pensa l’incalcolabile solitudine dell’Essere che pensa il destino, detiene ancora pensatori di riferimento vicari del sacro che non possiedono la verità ma che suscitano almeno il desiderio di cercarla?

A voi le riflessioni e i commenti.

Giulia Giordano


[1]  La citazione risale al 1986 ed è attribuita ad Alber Einstein, nel libro di business Peak Performace, ma appare anche nel testo di William Bruce Cameron del 1963, Informal Sociology: A casual Introduction to Sociological Thinking

[2] Cfr. P. Theilhard de Chardin, il fenomeno umano, Queriniana, Brescia 2001

[3] Termine inglese utilizzato in rete per identificare i seguaci

[4] Si riferisce al flusso di notizie che appare non appena effettuiamo l’accesso su una piattaforma social

[5] Termine utilizzato per riferirsi al marchio di un prodotto.

[6] Insieme di attività aventi lo scopo di promuovere una determinata linea di prodotti

[7] Cfr. Guido Traversa, identità in sé distinta Editori Riuniti, Roma.

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