Nadia Toffa, Sinisa Mihajlovic & co…. quando la sofferenza buca la rete.

Nell’ultimo mese eventi drammatici, quali la prematura scomparsa della popolare Nadia Toffa e la notizia della malattia di Sinisa Mihajlovic, sono balzati alla ribalta della cronaca e sono stati per diversi giorni sulle prime pagine di quotidiani, TG e Social.

Il breve ma intenso “caffè” di Gramellini sul Corriere della Sera del 14 agosto scorso[1] dà un’interessante lettura dell’atteggiamento social di Nadia Toffa, mettendo in evidenza come la sua volontà e capacità di testimoniare la sofferenza, la fatica di vivere, la fragilità della sua condizione, – sempre, nonostante tutto, con un messaggio positivo di speranza -, sia stato prezioso per spingere altri a vivere la condizione di malato con dignità e coraggio, riuscendo a condividere la propria esperienza senza tabù, senza sentirsi inadeguati o condannati per chissà quale peccato.

In modo analogo si sta declinando il racconto della malattia di Sinisa MIhajilovic, che ha pubblicamente rivelato, in una conferenza stampa poche settimane fa, la sua impossibilità a proseguire con il suo incarico di allenatore del Bologna e la necessità di fermarsi per curare una grave forma di leucemia che lo ha da poco colpito. Anche in questo caso un personaggio famoso che mostra la sua debolezza, la sua sofferenza, il suo limite.. e noi spettatori che guardiamo questa sofferenza, la osserviamo e prendiamo le misure con essa…

Ogni volta che entriamo in relazione con un fatto, privato o pubblico che sia, lo leggiamo con i nostri occhi e lo valutiamo sulla base dei nostri parametri di comprensione. I Mass e Social Media hanno il potere di essere una vetrina sul mondo ad alto impatto ed immediata diffusione; così, in pochi minuti, il volto triste e sciupato di Nadia Toffa ci è divenuto familiare, Sinisa con la sua testa coperta, lo sguardo dimagrito e contrito è divenuto il simbolo di uno sport più umano, meno perfetto e più vicino alla vita quotidiana.

Di fronte a queste testimonianze, c’è da chiedersi cosa succede al nostro modo di intendere il dolore e la sofferenza: qual è l’impatto di tale meccanismo sulla nostra percezione della realtà? La sofferenza per una malattia incurabile diventa più sopportabile se sappiamo che ne sono colpiti anche personaggi famosi e che possiamo condividerla con loro o prendere esempio da loro? I Social Media non fanno altro che attualizzare il famoso vecchio detto “mal comune mezzo gaudio”? Oppure dietro a questo interesse per tali sofferenze si cela un meccanismo di esorcizzazione della sofferenza? Si osserva da spettatori per vedere come va a finire, come se fossimo di fronte ad un’anteprima di ciò che un giorno potrebbe succedere anche a noi. Si dice che ciò che non si conosce fa più paura: se ho la possibilità di seguire la sofferenza di altri, conoscere le loro terapie, lo stadio della loro malattia, posso essere più preparato quando succederà a me?  

E ancora, cambiando prospettiva: perché decidere di mettere in rete la propria sofferenza? Perché voler condividere un’immagine di sé debole, fragile, imperfetta in un mondo nel quale la perfezione e la bellezza sembrano essere gli unici canoni di valore? Se la condivido è più sopportabile? Fa meno male? È più normale??

Ho perso da poco mio padre per un tumore e non nascondo che in Nadia Toffa e Sinisa MIhajilovic ho rivisto la sofferenza di mio padre, ma anche il suo attaccamento alla vita.

Il meccanismo di riconoscimento che ci fa persone si sperimenta anche in questo genere di situazioni; entrare in relazione con la sofferenza di altri che ce la mostrano, ce la spiegano, ce la fanno vivere indirettamente, ci permette di soggettivizzarla, di renderla più gestibile e comprensibile; per il sofferente, al contrario, tale meccanismo permette di oggettivare la malattia, allontanandola da sé attraverso il racconto e colmando quel bisogno di essere ancora riconosciuti per il proprio valore di persone, nonostante tutto, come a dire: “Io non sono il mio tumore!”.

Questa pratica di condivisione e di racconto della propria malattia, del proprio dolore non esula, a mio parere, e non ripete se non un classico rituale sociale: del resto l’uomo è un animale sociale anche nella sofferenza e, forse proprio in essa, sente maggiormente il bisogno di una condivisione sociale che lo aiuti a sfuggire alla solitudine del proprio dolore: insieme fa meno male, insieme è più facile, insieme, in quel meccanismo di oggettivazione/soggettivazione relazionale, tutto diventa più sopportabile ed affrontabile.

Così come non credo che i Mass e Social Media siano buoni o cattivi, non credo nemmeno ci sia un modo giusto o sbagliato di vivere la propria sofferenza; di certo la si vive nel modo in cui si è capaci, da esseri umani stretti nella propria unità di genere, nonostante le differenze e le peculiarità singolari.

Daniela Corvi


[1] Vd. https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_agosto_14/effetto-t-04d3c48c-be00-11e9-88cc-58d8f24ec1cd.shtml

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