Di caverna in caverna

 

È possibile accostare il famoso “mito della caverna” platonico all’avventura dei ragazzi “prigionieri” della caverna che ha tenuto con il fiato sospeso l’intero mondo?

Si è conclusa felicemente l’avventura dei 12 ragazzi e del loro allenatore rinchiusi in una caverna per settimane, che ha tenuto sospeso l’intero mondo. Perché una vicenda così lontana ci colpisce nell’intimo molto di più della realtà che quotidianamente sperimentiamo?

Nel mito della caverna, attraverso un racconto metaforico, Platone prova ad avvicinare il lettore alla vera conoscenza, quella che consente all’uomo di accedere alle Idee e non ad una rappresentazione mediata delle stesse:

«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono». «Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».

«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?» «E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?» «E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?» «Sicuro!».

«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?» «è inevitabile».

«E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?» «Certo, per Zeus!».

«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».

«è del tutto inevitabile», disse.”.

L’uomo non percepisce la realtà ma l’ombra della stessa. Un’ombra neppure fedele perché mediata da “portatori” che trasmettono la visione che meglio si accorda al proprio tornaconto (Platone relativamente ai portatori probabilmente si riferiva ai Sofisti e ai falsi filosofi).

I ragazzi rinchiusi nella taverna hanno fatto irruzione nella nostra esistenza inserendo una crepa nella solida tranquillità quotidiana. Una folata di vento è entrata a muovere le “ombre” di platonica memoria e un filo di luce che è riuscito a penetrare. I “portatori” hanno brevemente rallentato il loro incedere cercando di convogliare l’accaduto nel solito girotondo degli eventi.

L’accadimento ci rammenta la finitudine dell’essere umano e la necessità dell’altro. la fragilità e la vulnerabilità umana sono le caratteristiche che ci consento di provare sentimenti e di legarci agli altri. L’uomo si colloca su un piano intermedio tra gli animali e gli dèi, poiché è un essere razionale e contemporaneamente non bastante a se stesso. Questa affermazione ci allontana leggermente dalla visione platonica più rivolta a tutto ciò che è sovra-terreno e infallibile, ma ci apre alla pluralità ed in un certo qual senso, alla vulnerabilità ed alla sorpresa, quali elementi caratterizzanti dell’esistenza umana.

Aristotele attribuisce al caso concreto maggiore importanza. L’analisi dell’accadimento consente di cogliere i particolari, e tramite questi, di stabilire le regole che ci consentono di leggere la realtà. Regole come possono essere la flessibilità e la saggezza pratica, indispensabili per cogliere e gestire l’alterità.

La caverna del 2018 dopo 2500 anni ci rammenta la nostra vulnerabilità e mina la pretesa di essere autosufficienti in una società autosufficiente. La visione dell’amore per Alcibiade nel Simposio di Platone, è la valorizzazione dell’altro nella sua unicità, mentre la conoscenza dell’alterità si configura come una sorta di percezione intuitiva, che coinvolge intelletto, sensibilità e immaginazione (Nussbaum).

È possibile partire da un caso concreto come quello dei ragazzi e del loro allenatore, per una riflessione sull’alterità quale strumento di lettura della realtà?

di Daniela Argentati

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