Vitalizi: diritto o privilegio acquisito?

“Una giornata storica per il Paese, finalmente possiamo ridare dignità alla politica”. Così ha proclamato il questore di Montecitorio, Federico D’Incà, a valle della presentazione a Montecitorio del taglio dei vitalizi.  La delibera sarà votata nella settimana tra il 9 e il 13 luglio. Una volta approvata, entrerà in vigore il 1° novembre 2018. I vitalizi coinvolti sono 1.338 e si riferiscono ai vitalizi maturati nelle legislature passate dai parlamentari. Il vitalizio minimo sarà di 980 euro al mese, e andrà a chi ha fatto una sola legislatura. Il minimo per chi subirà una decurtazione superiore al 50% del vitalizio sarà di 1.470 euro.

Il tema che si apre va aldilà della portata dell’intervento stesso; chi vi si oppone, porta a proprio sostegno la minaccia dell’incostituzionalità del provvedimento: è legittimo intervenire sui diritti acquisiti?


Ecco qui la questione! Una questione che qui proviamo a dibattere al di là della prospettiva di costituzionalità o incostituzionalità, convinte che la filosofia possa dibattere qualsiasi “evento” che la realtà le propone.

È giusto intervenire su un diritto acquisito? E se lo è per i vitalizi dei parlamentari, può non esserlo poi per altri diritti acquisiti da altre categorie di persone?

Una cara amica con cui ragionavo in merito, mi ha correttamente presentato, in risposta, la prospettiva sua e di tanti lavoratori che, all’inizio della loro vita lavorativa avevano acquisito un diritto (quello di andare in pensione dopo 30/35 anni di lavoro) che è stato poi modificato più volte, fino ad arrivare alla situazione odierna… senza alcuno scandalo e senza invocare una “incostituzionalità”…

Certo, qui le cose stanno diversamente: è in gioco la sopravvivenza di un sistema di previdenza sociale che, mutate le condizioni socio-economiche, deve essere rivisto e corretto, pena la sua implosione. Sempre di diritti acquisiti si parla però!

E allora, da spettatori attivi, la realtà ci interroga: quando e perché è corretto intervenire su un diritto acquisito modificandone la sostanza?  

Ci appare subito evidente come in gioco ci siano i concetti di bene sociale e bene individuale.

San Tommaso D’Aquino, scriveva nella sua Summa Theologica:

Ora, le leggi devono essere giuste sia in rapporto al fine, essendo ordinate al bene comune, sia in rapporto all’autore, non eccedendo il potere di chi le emana, sia in rapporto al loro tenore, imponendo ai sudditi dei pesi in ordine al bene comune secondo una proporzione di uguaglianza. Essendo infatti l’uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto.  E così le leggi che ripartiscono gli oneri proporzionalmente sono giuste, obbligano in coscienza e sono leggi legittime”.

Dunque, se il legislatore legifera avendo ber chiaro il fine delle norme e non eccedendo nel proprio potere di legislatore, essendo egli orientato al bene comune, gli è possibile intervenire anche su un diritto acquisito, in quanto tutto ciò che ciascuno possiede, essendo l’uomo parte della società, appartiene alla società.  Il bene comune è, quindi, superiore e da tutelare rispetto al bene individuale, il quale non sussisterebbe venendo meno il bene comune.

Si vuol sempre il proprio bene, ma non sempre lo si vede: non si corrompe mai il popolo, ma spesso lo si inganna, ed allora, ed allora soltanto egli sembra volere ciò che è male…. Finché parecchi uomini riuniti si considerano come un corpo, non hanno che una sola volontà, che si riferisce alla comune conservazione e al benessere generale. Allora tutte le forze motrici dello Stato sono vigorose e semplici, le sue massime chiare e luminose; non vi sono interessi imbrogliati, contraddittori; il bene comune si mostra da per tutto con evidenza, e non richiede che buon senso per essere scorto. La pace, l’unione, l’uguaglianza sono nemiche delle sottigliezze politiche” Del contratto sociale o principi del diritto politico, 1762 J.J. Rousseau

Così Rousseau ci permette di fare un piccolo passo in avanti nella riflessione: ogni uomo è volto al bene, ma se perde di vista il suo Bene, lo confonde, non ne capisce la consistenza totale, rischia di non agire in conformità con esso, anzi di sembrare volgersi al male.

Emerge dunque l’urgenza primaria per la politica, certamente, ma soprattutto per noi cittadini che questa politica esprimiamo, di interrogarci in merito a quale sia il bene verso cui tende la nostra società ed a che cosa siamo disposti a cedere del nostro bene individuale in vista del bene comune. Dinanzi ad una questione tanto pregnante, va da sé come le piccole battaglie per mantenere micro diritti o privilegi rispetto ad altri, rischino soltanto di eludere la questione, confondendo l’opinione pubblica e non mostrando la maturità degna dell’uomo contemporaneo.

Aggiungiamo un ultimo spunto di riflessione.

Le azioni politiche possono essere suggerite da opportunità di diverso genere:

Per mettere la politica pratica d’accordo con se stessa è necessario prima di tutto risolvere la questione se nei compiti della ragione pratica si debba prendere inizio dal principio materiale di essa, lo scopo (come oggetto dell’arbitrio), o dal principio formale, cioè da quel principio (posto solo sulla libertà nel rapporto esterno) che dice così: agisci in modo tale da poter volere che la tua missione debba diventare una legge universale (qualsiasi sia lo scopo della tua azione)… Ora il primo principio, quello del moralista politico (il problema del diritto pubblico .. ), è semplicemente un compito tecnico; il secondo, al contrario, in quanto principio del politico morale per il quale esso è un compito etico (problema morale) è infinitamente diverso dall’altro metodo di costruire la pace perpetua, che qui non si desidera semplicemente come un bene fisico, ma anche come una condizione che nasce dal riconoscimento del dovere” Per la pace perpetua, 1795, I. Kant

Quale dunque la via eticamente giusta per gestire i diritti acquisiti in vista di un bene comune in una società che cambia rapidamente?

Apriamo il dibattito.

Nota a margine: abbiamo deciso di pubblicare questo articolo nel blog dell’Osservatorio Filosofico per dare ulteriore riprova di come qualsiasi argomento possa essere oggetto di riflessione filosofica, in quanto la filosofia applicata al reale non fa altro che mettere il pensiero filosofico e le sue categorie al servizio della complessità del reale quale supporto alla sua comprensione.

Daniela Argentati
Daniela Corvi

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